Amazzonia, donne che fanno Chiesa

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Sul numero di luglio del mensile de L’Osservatore Romano “Donne Chiesa Mondo” in uscita il 1° luglio, l’articolo sull’apporto femminile alla vita della Chiesa cattolica nell’immensa regione dell’America Latina. Con più di 5500 fedeli per sacerdote, sono i laici e le laiche in Amazzonia a portare avanti le comunità e sono tante le ministre che presiedono la liturgia, guidano preghiere e canti ai funerali e nelle veglie, pronunciano le omelie

di Lucia Capuzzi

“Tanto invisibili quanto imprescindibili”. Sono questi i due aggettivi con cui l’Assemblea ecclesiale dell’America Latina – esperienza inedita celebrata a Città del Messico nel novembre 2021 – ha sintetizzato la condizione delle donne nella Chiesa del Continente. I numeri confermano il ruolo fondante della componente femminile: le catechiste sono oltre 600 mila, le agenti pastorali impegnate solo in ambito educativo sfiorano il milione. La quotidianità, però, sottolinea quanto ancora laiche e religiose siano relegate alla periferia ecclesiale. Proprio per questo, l’Assemblea ha chiesto con forza di “includere le donne una volta per tutte nella liturgia, nell’ambito decisionale e nella teologia”.

Nonostante la ricchezza della riflessione teologica femminista e femminile, è l’ambito liturgico quello nel quale, probabilmente, la presenza delle donne si è fatta più significativa. Proprio nella liturgia, del resto, si rivela plasticamente il processo di incarnazione del Concilio nella sterminata regione compresa tra il Rio Bravo e la Terra del Fuoco perseguita dai suoi vescovi fin dalla Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano a Medellín nel 1968.

Due i pilastri del rinnovamento: l’inculturazione dei riti e delle pratiche e il dinamismo femminile. In entrambi i casi, più che di un progetto codificato si è trattato di una risposta di fronte alla realtà latinoamericana. Nel Continente, gli indigeni sono l’8 per cento degli abitanti, gli afroamericani il 20 per cento e in pratica tutti sono il risultato del mestizaje, il mix di etnie, popoli e culture seguito alla Scoperta- Conquista. Con, in media, più di 5.500 fedeli per sacerdote, quasi il triplo rispetto all’Europa, inoltre, sono i laici e, soprattutto, le laiche a portare avanti le comunità cristiane per le quali l’Eucaristia domenicale ha un’importanza cruciale. Dato che i presbiteri scarseggiano, spesso, la Messa viene sostituita dalla celebrazione della Parola.

“Nei villaggi di Belém do Alto Solimões, le ministre sono tantissime. E sono loro a presiedere la liturgia, dal segno della croce iniziale al congedo finale. Anche quando riesco ad andare a celebrare, lascio che guidino loro e facciano anche l’omelia, mentre mi limito alla  consacrazione eucaristica”, racconta fra Paolo Maria Braghini, missionario cappuccino italiano da quasi vent’anni in Amazzonia brasiliana. Luogo dove il peso laicale nella trasmissione e cura della fede cattolica è determinante. “È bello che i fedeli siano protagonisti. Anzi, le fedeli da noi dato che le agenti pastorali sono fondamentali. Non solo per il numero elevato. Sono dinamiche, forti, creative, resistenti. È giusto che abbiano un riconoscimento – sottolinea il religioso -. Finalmente ora lo stanno avendo”.

Lo spartiacque è stato il Sinodo sull’Amazzonia celebrato nell’ottobre del 2019 e culminato con Querida Amazônia. Già il documento finale, assunto dall’esortazione, chiedeva la revisione del Motu proprio Ministeria quaedam affinché venisse consentito alle donne l’accesso ai ministeri del lettorato e dell’accolitato. Invito che il pontefice ha accolto nel gennaio 2021. Sono state due amazzoniche – le ecuadoriane Aurea Imerda Santi e Susana Martina Santi, del popolo Quechua – le prime lettrici e accolite ufficiali della Chiesa cattolica. “È stato un bel regalo. Fra noi Ticuna sono da sempre le donne a custodire la fede cattolica. Ora, però, sentiamo che la Chiesa ci riconosce e ci valorizza”, dice Magnolia Parente Arambula, indigena e missionaria di Nazaré, in Amazzonia colombiana. Un villaggio di 1.017 abitanti sul quale gravitano una galassia di comunità-satelliti di qualche decina di persone che, da dieci anni, Magnolia evangelizza. “E vengo evangelizzata”, aggiunge.

La liturgia Ticuna ha tratti marcatamente femminili. “Soprattutto ai funerali e nella veglia che li precede sono le donne a guidare le preghiere e i canti. Per quanto riguarda l’Eucaristia, alle fedeli viene affidato l’offertorio, in cui portano in dono al Signore il loro lavoro, rappresentato da piccoli manufatti artigianali o prodotti agricoli. Nei ‘tempi forti’ dell’anno liturgico, infine, come Natale e Settimana santa, molti dei riti sono celebrati da donne”.

Non è facile parlare di ‘liturgia amazzonica’. La foresta è casa di 400 culture e lingue diverse nella concezione della vita e della fede. E, dunque, con modi diversi di “entrare nello sguardo che Dio ha su di noi”, come Romano Guardini definiva la liturgia. Per questo, la Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia (Ceama), frutto del cammino post-sinodale, dal 2020, ha avviato un approfondito processo di studio al fine di trovare un minimo comune denominatore significativo per tutti i popoli nativi della regione. La base, reale e non meramente teorica, per l’elaborazione di un rito proprio amazzonico che potrebbe aggiungersi agli altri 23 da cui è composta la cattolicità.

“Rito non significa solo celebrazioni. Raccoglie abitudini, costumi, visioni cosmologiche e antropologiche. Per questo non possiamo avere fretta. Il primo passo è stato formare una commissione di vescovi, antropologi, pastoralisti e dare inizio a un lavoro sul campo. L’analisi è partita da Manaus, in Brasile, cuore dell’Amazzonia. Poi sarà ripetuta nelle diocesi prima di poter arrivare a qualcosa da proporre ad experimentum”, spiega Eugenio Coter, italiano trapiantato a Pando, in Bolivia, dove è vicario apostolico nonché rappresentante dei vescovi amazzonici nella presidenza della Ceama. Il modello è quello del rito zairese. Lo stesso a cui si è ispirato anche l’episcopato messicano che, all’ultima assemblea generale, ha deciso di presentare alla Santa Sede la proposta di includere nella Messa alcuni rituali propri della cultura maya.

A formularla è stata la diocesi di San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, dove oltre il 70 per cento della popolazione è indigena. Tre, in particolare, gli adattamenti suggeriti: una preghiera iniziale guidata dal principal, laico indigeno di fede matura la cui autorità è riconosciuta dalla comunità, una danza tipica dopo la comunione e il servizio delle ‘incensatrici’ a scandire il ritmo della celebrazione. “È un ruolo principalmente femminile. Includerlo in modo ufficiale – conclude il cardinale Felipe Arizmendi, tra i promotori della Misa maya – è un piccolo riconoscimento all’azione di evangelizzazione che dà linfa alle nostre comunità”. Quasi sessant’anni dopo, inculturazione e valorizzazione delle donne sono le due vie su cui Concilio continua a camminare per il Continente.



Da vaticannews.va

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