Parrocchia San Michele Arcangelo

AFRICA/KENYA – I bambini di strada al tempo del Covid-19

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Nairobi – La vita degli street children di Nairobi non è mai stata facile da quando si sono affacciati nelle strade. Li hanno iniziati a chiamare chokora . Hanno ricevuto negli anni tanto clamore mediatico, sono stati l’icona insieme alle baracche e ai grattacieli delle grandi città dell’Africa. Poi, come tutti, sono cresciuti hanno trovato amori e figli. Centinaia di migliaia che i governi hanno incominciato a “spazzare” via dal centro delle città per spingerli nelle baraccopoli che come corona di spine le circondano. No child zone, luoghi dove per l’infanzia non c’è posto. Decine di migliaia che sono sopravvissuti tra furti, lavoretti, raccolta rifiuti, carità e fumi di colla. Anche tra gli abitanti delle baraccopoli vengono allontanati: il loro odore ripugnante non invita alla vicinanza. Con il Covid-19 la situazione, se possibile, è peggiorata, i governi hanno, con i provvedimenti del distanziamento sociale setacciato ancora più a fondo i quartieri forzando il loro inserimento in strutture governative e in centri di accoglienza privati.
In Kenya c’è stato un cambio di passo positivo, il governo attraverso la Street Families Rehabilitation Trust Fund una fondazione di origine governativa per la riabilitazione della gente di strada, ha contattato diversi centri di accoglienza di Nairobi perché potessero accogliere i ragazzi delle “basi” come mlango kubwa, la grande porta, che si insinua dentro l’enorme baraccopoli di Mathare Valley .
Ottantasette sono stati accolti da Koinonia, una organizzazione keniana fondata dal missionario comboniano Renato Kizito Sesana che ha cercato di far sue le parole del Vangelo: «erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nello spezzare il pane e nelle preghiere». Al momento dell’accoglienza c’è stato grande entusiasmo e poi il contraccolpo delle crisi di astinenza, ma l’ospitalità è andata avanti racconta il missionario. «Ogni settimana da quando è iniziato il lockdown abbiamo accolto 10/20 nuove persone. Jack, Bernard, Fred e Besh sono andati a trovarli nei posti più improbabili, in strada, sotto i cavalcavia, nei parchi, in terreni scoscesi dove avevano fatto capanne con i rami o con teli di plastica. Ogni giorno ne hanno convinti 20 o 30 a farsi aiutare e ad essere portati nelle nostre strutture e in altre indicate da SRFTF, in genere di proprietà di diverse chiese cristiane. Non è stato facile convincere i responsabili di queste strutture e comunità ad accettare i nuovi difficili ospiti. Noi ci siamo riservati quelli che sembravano più problematici. Adesso sono distribuiti nelle nostre case di Ndugu Mdogo e di Tone la Maji . Per loro, continua il missionario, con il lockdown la vita in strada era diventata sempre più insostenibile: meno gente in strada, meno entrate, meno lavoretti saltuari, meno elemosine. Il coprifuoco metteva i ragazzi in isolamento totale durante la notte con possibili aggravanti di abusi esterni e interni al gruppo».
Il missionario si ferma un po’ a pensare poi conclude «i numeri non danno il senso della bellezza della vita che ci ha travolto, dei volti, dei sorrisi, degli sguardi. Della voglia di superare gli inevitabili scontri e litigi che nascono in un gruppo così numeroso di persone che vivono in spazi comunque limitati. Del tifo entusiasta durante le partite di calcio nei vari campetti all’interno delle nostre case. Della placida felicità che si vede contemplando un semplice piatto di riso e patate: non hanno niente, ma il cuore è una miniera di risorse da esplorare».


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