Acs: servono aiuti nel Tigray dilaniato dal conflitto interno

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E’ un appello importante quello lanciato dalla fondazione pontificia. Nella drammatica testimonianza della responsabile dell’area si riferiscono le tante difficoltà anche nel verificare notizie. La popolazione soffre e cerca di fuggire

Tiziana Campisi – Città del Vaticano

Sarebbero centinaia i morti nel Tigray, nel nord dell’Etiopia, dove è in corso un conflitto tra governo centrale e indipendentisti. La comunicazione, da circa tre settimane, è precaria, mancano i collegamenti internet e non c’è linea telefonica. A lanciare l’allarme è Aiuto alla Chiesa che Soffre International che riporta le dichiarazioni della project manager Regina Lynch. “Le notizie che riceviamo da coloro che hanno potuto visitare la zona sono terribili – afferma la manager di Acs -. Sono centinaia i cittadini che vengono uccisi nei conflitti della regione del Tigray. Nessuno sa con certezza il numero dei morti, ma ci è stato detto che tra loro ci sono sacerdoti e leader della chiesa. Negozi, scuole, chiese e conventi sono stati saccheggiati e distrutti – prosegue Regina Lynch -. Migliaia di persone sono fuggite dalle loro case. Molti hanno varcato il confine con il Sudan, ma altri hanno cercato rifugio in zone remote, in montagna, senza acqua né accesso al cibo”.

Si vive nell’angoscia

L’isolamento della regione rende molto difficile l’invio degli aiuti e la project manager di Acs chiede sostegno perché possano essere alleviate le sofferenze di tante persone e si possa offrire conforto ai cristiani che vivono nell’angoscia. “Al momento è quasi impossibile accedere alle informazioni – sottolinea Regina Lynch – ma stiamo cercando soluzioni per vedere come sostenere la Chiesa locale. Nel frattempo chiediamo a tutti di unirsi in preghiera per questo Paese, la sua Chiesa e la sua gente”. Nella regione del Tigray circa il 95% della popolazione è di etnia tigrina e appartiene alla Chiesa copta ortodossa etiope. Nei giorni scorsi si è diffusa la notizia di un possibile assassinio di 750 persone, lo scorso novembre, in un assalto alla chiesa ortodossa di Santa Maria di Sion (Maryam Tsiyon) ad Aksum, ma Acs riferisce che non è stato possibile verificare quanto accaduto realmente, date le comunicazioni limitate e l’impossibilità degli spostamenti, e che potrebbe essersi verificato un altro massacro a dicembre, nella chiesa di Maryam Dengelat, con oltre cento vittime. Fonti di Acs affermano che, sebbene gli scontri abbiano portato alla morte di centinaia di cristiani, la violenza non è motivata da motivi religiosi ma dal conflitto politico.

La crisi politica

A causa della pandemia di Covid-19 le elezioni parlamentari previste il 29 agosto scorso sono state rinviate a dopo l’emergenza coronavirus, ma il partito nazionalista Fronte popolare per la liberazione del Tigray (FPLT), all’inizio di settembre, ha organizzato nel Tigray, in modo indipendente e senza il permesso del governo nazionale, elezioni regionali. Da qui la crisi politica che ha portato all’intervento militare. A novembre lo scoppio dei combattimenti dopo l’invio, da parte del primo ministro Abiy Ahmed, di truppe federali, che sarebbero state affiancate da truppe eritree, contro l’FPLT. “È un problema politico, ma chi paga con la vita sono cittadini e civili” evidenzia la project manager di Acs.



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