A Mindanao l’esperienza di dialogo interreligioso fra cristiani e musulmani

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Nell’isola meridionali delle Filippine si celebra dal primo al 7 febbraio la World Interfaith Harmony Week per sensibilizzare le comunità islamiche e cristiane a vivere relazioni improntate alla sincerità e al perdono reciproco. A illustrare questa esperienza la storia raccontata da “L’Osservatore Romano”

Paolo Affatato

L’immagine di riferimento è quella dei discepoli di Emmaus, fedeli in cammino che si fermano a condividere e spezzare il pane con Cristo Gesù. Nelle Filippine meridionali quell’episodio evangelico è metafora di un cammino compiuto, fianco a fianco, come fratelli, da fedeli cristiani e musulmani che si incontrano, si confrontano a partire dai rispettivi testi sacri, avviano colloqui ed esperienze spirituali, pregano, condividono gesti e iniziative di reale fraternità. Nella comunità di Zamboanga city, nell’estremo Sud dell’isola di Mindanao, l’esperienza di fratellanza e condivisione tra cristiani e musulmani è ben radicata e non si lascia spaventare né dal risorgere di fermenti radicali, né da emergenze come la pandemia. Al contrario, trova nella Giornata per la fratellanza umana, celebrata dalle Nazioni Unite il 4 febbraio, un ulteriore spunto per promuovere i valori di pace convivenza interreligiosa nella società. Nella grande isola delle Filippine del Sud, dove vivono circa sei milioni di cittadini musulmani (il 20% della popolazione Mindanao), i temi dell’armonia interreligiosa sono in cima all’agenda civile, sociale e delle comunità di fede: si celebra infatti dall’1 al 7 febbraio la World Interfaith Harmony Week, al fine di sensibilizzare, in comunità islamiche e cristiane, a vivere relazioni improntate alla sincerità e al perdono reciproco. Ogni anno la speciale Settimana si celebra a Mindanao per dire al mondo che “musulmani e cristiani credono nella pace e si impegnano a superare la paura i pregiudizi, sostenendo la riconciliazione.

“Fra le situazioni allarmanti emergono anche segni di speranza tra coloro che credono in Dio: questo è un momento di crisi in cui siamo chiamati ad ascoltare di più la voce di Dio, che include la necessità di un migliore rapporto tra i popoli di diverse culture e religioni”, commenta a “L’Osservatore Romano” padre Sebastiano D’Ambra, missionario del Pime sull’isola di Mindanao e oggi Segretario della Commissione episcopale per il dialogo interreligioso. A tal fine nell’ambito del  movimento interreligioso “SIlsilah” (catena), che unisce cristiani e musulmani, è nata la nuova iniziativa denominata “The Voice” che intende operare nei vari ambiti della comunicazione, per “coinvolgere sempre più persone, delle diverse fedi, come compagni spirituali sulla strada del dialogo, dell’incontro, della convivialità, nell’ottica dell’enciclica Fratelli tutti”, spiega il missionario. I volontari che gestiscono l’iniziativa appartengono all’Emmaus Dialogue Movement, realtà di consacrati, famiglie e laici cattolici che si impegnano a tutti i livelli, nella società, con lo studio, con la testimonianza di vita a sviluppare buone relazioni con persone di altre culture e religioni. Nel contempo nella comunità musulmana è nata una iniziativa speculare: il “Jamaa’ah Dialogue Movement” che promuove la medesima spiritualità e formazione culturale per formare nuove generazioni di giovani musulmani che interiorizzino la cultura della pacifica convivenza e del ben comune.

Il coinvolgimento dei fedeli, nell’ottica della fratellanza e della corresponsabilità missionaria – cioè di contagiare altri credenti in questo percorso – avviene anche attraverso i social media. “Ci auguriamo che The Voice sia per molti un segno di speranza in questo momento difficile: dobbiamo  percorrere strade per costruire un mondo più umano, dove si accolgono le differenze di culture e religioni. Siamo un’unica famiglia umana, come bene ha spiegato Papa Francesco nell’ultima Lettera Enciclica Fratelli Tutti”, affermano i volontari del progetto “The Voice”.

L’urgenza di unirsi nella solidarietà interreligiosa a Mindanao durante la crisi del coronavirus è stata auspicata dall’arcivescovo Martin Jumoad, alla guida della diocesi di Ozamiz, nella provincia di Misamis occidentale: “L’attuale emergenza richiede uno sforzo di gentilezza e generosità nei confronti degli altri, specialmente verso quanti soffrono. Musulmani e cristiani hanno l’opportunità di testimoniare la vera fratellanza umana, in questo tempo di pandemia”, ha detto Jumoad, esortando a “vivere uniti la Giornata di impegno per la costruzione di una cultura di pace, tolleranza, inclusione, comprensione reciproca e solidarietà”.

In quest’ottica nella vicina città di Marawi, distrutta dall’assedio di milizie jihadiste nel 2017, e ancora nel pieno di una lenta opera di ricostruzione, credenti musulmani e cattolici si sono uniti in un recente iniziativa di incontro tesa a “sanare le ferite psicologiche e spirituali” e a curare le persone colpite da stress emotivi e fisici durante la terribile violenza del 2017. Un gruppo di circa 70 volontari ha messo a disposizione le proprie competenze nel campo della psicologia e della medicina olistica, grazie a terapie naturali, per aiutare le persone ancora sfollate. Le Chiese di Batangas, Cagayan De Oro e Iligan hanno contribuito a promuovere l’iniziativa, nel comune impegno per il benessere individuale e collettivo, che non ha confini di fede, etnia o classe sociale.



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